Chiunque ami la palla ovale sogna, almeno una volta nella vita, di poter assistere dal vivo ad una partita degli All Blacks, la squadra più prestigiosa di tutto il mondo, un autentico “spot” per l’intero movimento rugbistico. Uno spettacolo che si manifesta in tutto il suo splendore ancor prima del calcio d’inizio, con la famosa “Haka” che li ha resi celebri in tutto il mondo anche ai non appassionati della palla ovale.

“All Blacks”, però, è anche un grande marchio, che identifica immediatamente la nazionale neozelandese di rugby in tutto il mondo, in grado di garantire “sold out” negli stadi di ogni angolo del pianeta e di grande appeal dal punto di vista commerciale. Un brand, in altre parole, capace di generare un business di centinaia di milioni, simbolo di uno sport di tradizione secolare e dal fascino intramontabile.

Perché la Federazione neozelandese vuole aprire all’ingresso dei fondi d’investimenti esteri

La crisi economica causata dalla pandemia, nonostante abbia interessato solo in parte la Nuova Zelanda, ha avuto delle pesanti ricadute sugli All Blacks, che hanno dovuto limitare le loro tournée all’estero e, al pari di tutte le altre nazionali, non hanno potuto partecipare alle manifestazioni internazionali. Una situazione finanziaria piuttosto delicata, che ha portato la federazione ad una decisione clamorosa: vendere i diritti commerciali degli All Blacks.

La NZR, la federazione rugbistica neozelandese, ha trovato un accordo col fondo di private equity “Silver Lake” per la cessione del 12,50% dei diritti commerciali degli All Blacks, con la possibilità di poter negoziare contratti di merchandising in tutto il mondo. Da questa operazione, la Federazione conta di ottenere una cifra “cash” piuttosto notevole, circa 170 milioni di €uro, che farebbe da argine ad una situazione finanziaria tutt’altro che florida.

A causa della pandemia, la Federazione ha chiuso l’ultimo bilancio con una perdita secca di poco superiore ai 20 milioni di euro, dovuta, in primis, ad una contrazione delle entrate di quasi 35 milioni. Anche l’anno attualmente in corso dovrebbe chiudersi in passivo, anche se il rosso, grazie ad un miglioramento complessivo della situazione pandemica, dovrebbero essere meno ingente di quello fatto registrare a fine 2020.

Da qui, dunque, l’esigenza di fare cassa, onde evitare che il “simbolo” del rugby in tutto il mondo possa sparire all’improvviso di scena. La scelta della Federazione, però, non è piaciuta ai giocatori, che hanno palesato esplicitamente il loro disappunto. Ed i motivi sono stati esposti in un comunicato stampa emanato dalla NZRPA, l’associazione dei giocatori di rugby neozelandesi.

La Borsa come alternativa alla cessione del 12,5% al fondo Silver Lake

Gli All Blacks, in estrema sintesi, vedono nell’eventuale ingresso del fondo di private equity una minaccia di appropriazione culturale. Per scongiurare ciò, i giocatori hanno proposto una sorta di piano B: quotare in Borsa il 5% dei diritti commerciali, con un aumento di capitale – in base a quanto riferito dalla NRZPA – che sarebbe interamente sottoscritto da istituzioni finanziari neozelandesi. In questo modo, quindi, non ci sarebbe l’ingresso di alcun “socio” straniero.

Al di là della difesa, reale o meno, dell’identità neozelandese, è interessante notare come investire in Borsa risulti attraente anche nel mondo della palla ovale. Non mancano certo gli esempi di squadre quotate in Borsa, specie nel mondo del calcio: l’Inghilterra ne conta diverse, ma anche in Italia, nonostante non si possa parlare certamente di quotazioni “fortunate”, esistono i casi di Lazio e Juventus.

La quotazione in Borsa di una Federazione Nazionale, quindi non una lega “privata”, rappresenterebbe un “unicum”, un rompicapo di difficile soluzione soprattutto dal punto di vista normativo. Ed è per questo motivo che la NZR prediliga cedere il 12,5% ad un fondo privato, che è in grado di garantire liquidità in maniera più celere. L’associazione dei giocatori, però, può porre diritto di veto: la questione, quindi, potrebbe protrarsi ancora a lungo.